Yasmina Reza • Felici i felici

Risvolto.

 «Felici gli amati e gli amanti e coloro che possono fare a meno dell’amore. Felici i felici»: le due ultime «beatitudini» di Borges, che Yasmina Reza inscrive sulla soglia di questo romanzo, ci indicano la via per penetrare nel fitto intreccio delle vite che lo popolano. Perché la felicità – nell’amore o nell’assenza di amore, all’interno di una coppia o al di fuori di ogni legame – è un talento: e di tutti i personaggi che a turno consegnano al lettore confessioni a volte patetiche, a volte grottesche, a volte atrocemente comiche, si direbbe che quasi nessuno lo possegga. In un sottile gioco di echi, di risonanze, di contrappunti – tra amori inaciditi e rancori mai sopiti, illusioni spezzate e fughe nel delirio –, le voci che si avvicendano, quasi incalzandosi, tessono un ordito i cui fili (tenui in alcuni casi, in altri pesanti come catene) collegano molteplici destini, tutti segnati dall’impervia difficoltà dell’incontro con l’altro.

La mia edizione:
Adelphi
Traduzione di Maurizia Balmelli
2017 (Iª ed. 2013), pp. 163
ISBN 9788845931888

Voto
★★★★☆


Nessuno si salva da solo.

 In questo succinto romanzo di Yasmina Reza, già apprezzatissima per la pièce Art (1994), conosciamo i conflitti e le sfide con cui i diciotto protagonisti si trovano costretti a convivere. Non è un’analisi felice: se state cercando un libro da chiudere con il sorriso, passate oltre. C’è bisogno di un certo grado di sensibilità per apprezzare i minimi ammiccamenti che Reza ci rivolge, quando ci descrive a mani aperte le vite dei suoi personaggi. All’inizio questi sembrano non avere nulla in comune, ma piano piano si svolgono (nel senso proprio di “distendere, dispiegare”) in legami spesso inaspettati. Com’è piccolo il mondo – anzi, com’è piccola Parigi. Monologhi in prima persona, veri, concreti, taglienti, dalla voce unica e tanto sincera quanto lo può essere solo una conversazione con se stessi. Nessun filtro sulla carta tra il personaggio e il lettore: noi siamo in tutto e per tutto nella loro testa, non sappiamo ogni cosa, ma percepiamo sulla pelle quello vedono e pensano. Il loro squallore è il nostro, come sono nostri il disagio e l’insoddisfazione, tanto quanto l’aura di malinconia che ci accompagna mentre ascoltiamo la prozia gracchiare sulle note di Édith Piaf.

“Due persone vivono fianco a fianco e ogni giorno la loro immaginazione li allontana in modo sempre più definitivo. Le donne, nel loro intimo, si costruiscono palazzi incantati. Tu sei lì dentro, da qualche parte mummificato ma non lo sai”.

 È un romanzo corale, se in questo caso si può dire così, cinico quanto a tratti spassoso, ci si ritrova a sorridere amaramente perché sono molti i dettagli in cui ci si riconosce, maschere che potrebbero benissimo essere elette a tipi umani. Questo è anche il motivo per cui non esistono personaggi principali e secondari, ma ognuno di questi diciotto anti-eroi è egualmente importante: si racconta la storia di tutti, anche se non è una storia completa. Ci rinfranchiamo nel divertimento che proviamo quando incontriamo un personaggio nel racconto di un altro, questa volta inserito in uno spaccato a cui non siamo abituati, osservato da occhi che non sono i propri. Una volta terminato il romanzo sarà semplice cogliere la rete di complessità che si intreccia nel corso di tutti questi capitoli, composti come un grande quadro.

 Coppie che litigano in un supermercato per richieste e malintesi che più di ogni altra cosa mostrano le crepe di un matrimonio; figli che accompagnano madri ciarliere dal medico, donne che scambiano gelosia per amore, ma soprattutto persone che imparano a stare da sole in una Parigi che è la città delle luci e della pioggia. Reza ci presenta la sapiente dissezione dell’anima umana nella forma di una riflessione sulla brevità dell’esistenza.

“Che cos’è, il senno di poi? La vecchiaia”.

 L’ultima parte, forse inevitabilmente, oserei dire forse perfettamente, non ci fornisce nessuna rivelazione, climax, o se preferite illuminazione. Mi aspettavo qualcosa alla Pastorale Americana: una tensione continua che sale lenta lenta, che nemmeno te ne accorgi, e il finale ti lascia smarrito, amaro e sconfitto, come ti lascia sconfitto l’inevitabilità della vita di tutti i giorni. Credevo vi fosse un climax proprio perché tutti i monologhi sono collegati: allo stesso tempo ha senso che non ci sia, perché ogni monologo sta in piedi da solo nella sua singolarità. Il climax lo abbiamo nel divano turchese di Luc Condamine, nella borsa di Odile strattonata davanti a tutti al supermercato, nel re di fiori ingoiato Raoul Barnèche (il re di fiori, la carta, esatto).

 Piccola digressione su questo episodio: un mio conoscente che si diverte con la cartomanzia mi fa notare che il re di fiori rappresenterebbe l’uomo maturo, affidabile, stabile. Il fatto che il nostro Raoul quella carta se la mangi mi suona come l’espressione più lampante della sua stessa personalità: ossessionato dal bridge tanto da ingoiare una carta, preso da un esaurimento nervoso, ci si para davanti come l’esatto contrario dell’affidabilità e ordine. Non credo però che la Reza abbia consultato un cartomante per questa immagine, anche se mi piace crogiolarmi in queste simpatiche coincidenze.

 La visione della vita che si estrapola dal romanzo è esplicata alla perfezione da questo finale: i personaggi proseguono nella loro solitudine, aggrappati ai soli ricordi che possono portare con sé sulla strada solitaria che li attende. Ciò che rende unico il lavoro di Reza, che siano romanzi o pièce teatrali, è il suo perfetto e sottile equilibrio tra profonde analisi personali e comportamenti tipici.

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