Mauro Corona • L’ombra del bastone

Gli risposi che il mondo fuori era un po’ bello e un po’ brutto e da qualche parte ricco, e da qualche parte povero, ma il posto dove si è nati e cresciuti è il più bello e ricco di tutti anche se offre solo miseria.

Sinossi

 Severino “Zino” Corona nasce a Erto nel 1879. Nel 1920 lascia un grosso quaderno manoscritto nella custodia di una maschera antigas, uno di quei quaderni usati per “tenere i conti del latte da cagliare”, che verrà ritrovato ai giorni nostri e consegnato a Mauro Corona perché porta lo stesso cognome – come un po’ tutti da quelle parti. Con l’espediente del manoscritto ritrovato ci troviamo tra le mani un romanzo inatteso, il resoconto della vita e delle disgrazie del protagonista-narratore, le semplici giornate in paese o su ai pascoli, la vita grama, le colpe, e le sentenze.

La mia edizione:
Mondadori, Oscar bestsellers
2007 (Iª ed. 2005), pp. 272
ISBN 9788804566427

Voto

★★★★☆


Una fiaba nerissima.

 Ho un amico particolarmente appassionato delle storie di Mauro Corona, in particolar modo per l’aura di genuinità della persona che ancora vive a Erto, tra quegli stessi monti di cui racconta. Lo scorso inverno, cercando nuovi titoli da comprare in blocco, gli ho chiesto un’opinione su alcuni dei suoi libri, per capire come avrei dovuto approcciarmi a un autore nuovo di cui non conoscevo fondamentalmente nulla. In poche parole non si tratta di letteratura “alta”, in tutte le accezioni del termine, ma con il linguaggio sgrammaticato e fortemente dialettale del protagonista Zino emerge un mondo di credenze popolari e tradizioni che offrono uno spaccato di realtà così concreto da superare ogni lavoro di fantasia. Che il manoscritto sia vero o no, ai posteri l’ardua sentenza. Una frase particolare percorre tutto il libro, dall’inizio alla fine, e torna come un mantra: “chi copa deve coparsi” (chi uccide deve uccidersi). Nelle ultime pagine suonerà come una profezia. Il linguaggio usato non toglie nulla alla piacevolezza del testo: al contrario, se il registro fosse stato purificato, il romanzo ne avrebbe sofferto. Discordanza verbale, assenza di doppie, vocaboli dialettali non fanno che arricchire la voce di Zino e renderlo reale, fluido, dinamico, quasi come se avessimo tra le mani l’originale quaderno appena ritrovato.

 È un romanzo che ho visto definire “verista” da molti, e ora capisco il perché: il filo rosso si trova nella povera quotidianità dei primi del Novecento e nelle superstizioni fortemente radicate nelle figure delle streghe, buone o cattive, e poi il lavoro, un ambiente aspro e violento, e le passioni animalesche. Zino e il suo migliore amico Raggio condividono tutto: il lavoro nell’unica latteria della valle, la solitudine nei pascoli, il risentimento verso la strega Melissa e, purtroppo, la stessa donna. Una quotidianità distrutta dalla lussuria che porta al tradimento dell’amicizia, e che provoca una spirale di pazzia e morte di cui Zino sarà l’ultima vittima. Il bastone diventa il simbolo del giudizio che attende paziente il suo momento, e la sua ombra insegue il protagonista fino alla realizzazione di ciò che è necessario fare per espiare le proprie colpe. Tutto appare è portato agli estremi, si nasce nella miseria, si vive nella fatica e si muore nella disperazione.

Disse che anche lei, l’acqua, se la guardi verso ponente la vedi andar via ma, se la guardi a levante, la vedi che torna. «Il brutto è quando ti passa davanti e in un lampo è già via e non la puoi fermare. E tali e quali siamo noi» disse Gioanin de Scàndol, «arriviamo, passiamo davanti a qualcuno e andiamo via di corsa, come quest’acqua, e quei che ci ha visti passare resta male. Ma anche quei che resta male passa davanti a qualcuno che resta male; la vita è un passare finché finisce il mondo».

 L’ombra del bastone è la forma che acquista il rimorso di chi non solo ha visto e vissuto dolore e morte, ma anche e soprattutto di chi li ha inferti. La maledizione della strega Melissa inseguirà i responsabili del proprio assassinio facendoli cadere uno a uno; il bastone di Raggio invece inseguirà Zino fino alla “bassa friulana”, consumandolo fino al travagliato gesto finale, nella speranza di trovare liberazione. Non si parla di perdono: quello che è fatto rimane. Ma i pesi sulle spalle si sono fatti insopportabili tanto che rimane una sola strada da seguire. C’è però della tenerezza in tutto questo, come la nascita della piccola Neve, bambina unica “in odore di santità” a cui Corona ha dedicato un intero romanzo a parte – dalla regia mi dicono che è il secondo di questa Trilogia della morte.

 È una narrazione autentica, retta da un brutale e primordiale senso di giustizia, nella cornice delle montagne e del Vajont. Quella terra brulla, “selvatica e ripida che non dà niente di buono” fa scaturire le miserie di chi vi abita e le sofferenze a cui i personaggi sono condannati.

Mi fa paura pensare che per stare uniti si deva morire ma è così. La morte unisce quel che i uomini separa. E ho da dire che i uomini separa sempre quel che è bello perché è pieni di invidia.

 Ho letto questo romanzo in due pomeriggi, tanto è riuscito a catturarmi, fin dalla prima pagina. Mi piacerebbe dire che mi riconosco nell’ambientazione, nei paesaggi, nella lingua, e in parte è veramente così, nonostante il mio paesino non sia propriamente nei dintorni di Erto; ma l’aria di montagna, i pascoli e le malghe, le case in pietra e la familiarità delle piccole osterie creano immagini che si fondono con ricordi della mia infanzia che mi sono molto cari. Il linguaggio poi, quel linguaggio crudo e concreto, è praticamente uguale al dialetto delle mie zone: durante la lettura ho giocato a imitarne l’intonazione, un po’ come se questa storia me la stesse raccontando il nonno davanti al camino sfrigolante di braci e salsicce (bronse e lugàneghe). Il realismo è conquistato con magistrale struggimento, e alla fine si chiude il libro appagati, come se fosse proprio il tipo di storia che ci si aspettava, e si aspettava, di leggere.

2 pensieri riguardo “Mauro Corona • L’ombra del bastone

  1. Bella la metafora del bastone.
    In Friuli (e credo anche in Veneto) sono molto legati alle tradizioni, e probabilmente lì le tradizioni hanno una profondità che da noi (Emilia, neanche Romagna) è sconosciuta. Al liceo avevo letto Il trono di legno, di Sgorlon – forse il capostipite del genere – e mi era sembrato qualcosa di affascinante e di strano.
    Però nei confronti dei particolarismi e dei regionalismi resto un po’ diffidente. Questo in generale, il romanzo di Corona (neanch’io ho letto nulla) mi sembra quantomeno avvincente, e la tua recensione restituisce appieno il fascino.
    Buona domenica e a presto

    "Mi piace"

    1. Cara Elena, che piacere avere un tuo commento dopo tanto tempo!
      Dalle mie parti, un microscopico paesino sulle Piccole Dolomiti, abbiamo l’abitudine di usare il dialetto anche nella lingua scritta, cosa che io sinceramente non posso sentire - il dialetto veneto è rozzo, e scritto diventa ancora più pesante; ma proprio perché rozzo, e così radicalmente contadino, dà uno spettro di colore unico. Almeno in questo libro: mi affascina da morire come Corona abbia usato il linguaggio qui. Che poi non si tratterebbe nemmeno di “venetismi” visto che stiamo più sul friulano. Questo per dire che i regionalismi non convincono nemmeno me, generalmente ho l’impressione che abbassino il livello di quello che sto leggendo, soprattutto perché nella maggior parte dei casi se vengono messi per dare spessore a un personaggio in realtà ne distruggono l’immagine. Ma io sono particolarmente rigida per quanto riguarda l’uso della lingua: non mi stupirei se fra i miei lontani antenati spuntasse fuori qualche Neoclassico.
      A livello di tradizioni, rispetto a quando ero piccina, ormai si stanno perdendo molte cose: quello stesso microscopico paesino che contava una strada e una chiesa, e che si reggeva in piedi con gli orti, le galline e un alimentari polveroso, adesso vanta addirittura un tabaccaio e un Ipercoop a pochi minuti di macchina. 🙂

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