Il buco nero del Fantasy

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Ovvero:

Una volta sul fondo puoi solo scavare

 Corri di qua e di là tra un ristorante e l’altro, disegna i menu, la stampante si è inceppata e 210 cartes des vins devono essere tagliate a mano per una Mega Cena con vari Mega Direttori galattici che si terrà da qui a tre ore, dalla Spagna ti chiamano a orari criminali per l’elenco degli ingredienti primaverili 2020 («Non voglio metterti fretta ma ne abbiamo bisogno esattamente ora»), non ci sono foto d’archivio del menu di Natale del 2001, esistevano già gli archivi nel 2001? Capo, dobbiamo contattare il designer per il nuovo ristorante, ci sta aspettando da metà dicembre, e quelli che ci vendono il vino mi stanno implorando in ginocchio per far loro sapere cosa vogliamo fare con quella spedizione di quelle cinquemila bottiglie.

 Quando mi viene chiesto che tipo di libri leggo di solito, mi piace sporgere il petto come quegli uccelli marini che gonfiano la sacca gulare e sembrano enormi borse dell’acqua calda. Con un sorriso di superiorità dall’alto del mio metro-e-un-tappo, mi crogiolo nell’auto-celebrazione affermando che mi sono sacrificata alla Dea Letteratura, di solito prendo il tè chiacchierando con Proust e mi perdo in discorsi di un certo livello con lo zio Fëdor. Il che non è del tutto falso, ma nello stesso modo in cui ognuno di noi fa di tutto per nascondere i propri scheletri nell’armadio, cerco anche io di mettere a tacere i miei il più possibile.

 È successo qualche tempo fa – è sempre “qualche tempo fa” finché non ti rendi conto che sono passati dieci anni –, dico, è successo qualche tempo fa che, piegata sotto il peso di un numero incalcolabile di esami in una sola sessione, ho deciso in un raro momento di tregua di buttare fuori dalla finestra i vari Michel Foucault e fare una pausa. Meritavo di leggere qualcosa di più leggero, che non avesse nulla a che vedere con la sociologia o il Giappone feudale. In fondo allo stomaco, sentivo l’impulso di leggere qualcosa di molto vicino a un pessimo libro per adolescenti, quindi ovviamente ne ho comprato uno. Inutile dire che, non appena l’ho finito, è volato fuori dalla finestra seguendo a ruota l’improponibile Pierre Bourdieu, ma in quelle ore in cui mi ci sono dedicata devo ammettere che mi ha dato una certa soddisfazione.

(Non dirò mai quale libro ho comprato: i miei scheletri rimangono al sicuro
dentro l’armadio, accontentatevi di vederli solo fino al metacarpo
)

 La stessa situazione si è ricreata poche settimane fa, quando dopo alcune settimane costellate di tante piccole infernali questioni, mentre ero in un taxi diretta a una Mega Cena di Mega Direttori Galattici, mi sono ricordata che in tasca non avevo nemmeno un cavatappi. Nel mio caso, non avere un cavatappi è come uscire di casa senza pantaloni e accorgersene solo quando le persone intorno iniziano a ridacchiare. Ho capito così che avrei voluto volentieri sprofondare in un libro di consolazione che mi avrebbe riportato agli anni migliori: avevo un disperato bisogno di leggere un Fantasy. Sono cresciuta a pane e Harry Potter, e sono una di quelle persone che si metterebbero volentieri una cappa sulle spalle per giocare a Dungeons & Dragons. Vi risparmio i dettagli più oscuri, e dico solo che mentre ero all’università giocavo online in un PbC (ovvero play by chat): ho creato un personaggio, che muovevo in un mondo costruito à la il Signore degli Anelli, e descrivevo ogni singola azione in testi lunghi quanto la Bibbia (per chi non lo sapesse: funziona proprio così. Per scoccare una freccia bisogna descrivere ogni movimento di muscoli, tendini e peli).

 Quel gioco era una miniera d’oro: mi divertivo un sacco e allo stesso tempo funzionava come un continuo esercizio di scrittura, preciso nei dettagli più insignificanti, ma brillante e gratificante. Quel tipo di gioco richiede un certo stile di scrittura, un po’ altisonante e in realtà abbastanza assurdo. Ricordo che una volta, invece di “si passò la mano sinistra tra i capelli biondi” un altro giocatore scrisse “passò sinuosa la nivea mancina nel candido crine”, e ridendo fino alle lacrime mi resi conto di quanto potesse sembrare stupido un testo come questo.

 Comunque, di recente ho trovato i file con tutte le partite a cui ho giocato e le cose che ho scritto, e sono rimasta sorpresa di vedere come ero oggettivamente brava. Ora mi sembra che il cervello si sia rattrappito, e anche se non voglio né ho bisogno di raggiungere i livelli del candido crine, è stato strano vedere come nove anni fa ero in grado di scrivere in modo così brillante. Indipendentemente dall’affetto che provo per quel personaggio, che mi è ancora tanto caro, e dal caldo ricordo che mi lega al gioco stesso e a tutti gli altri giocatori.

 L’episodio del cavatappi mi ha quindi fatto venire voglia di immergermi nel Medioevo e, per estensione, nel Fantasy. Ho bevuto I pilastri della terra in un solo sorso per la seconda volta, ma avevo sete di qualcosa di nuovo. Vivere in Giappone con la prospettiva di trasferirmi presto in Europa non mi permette di acquistare grossi grassi libri di carta stampata, quindi ho dato un’occhiata alla vetrina degli eBook, e me ne sono pentita subito. Questa volta non sono io quella che deve nascondere gli scheletri: non ho osato comprare nulla, vedendo tutta la spazzatura che gira. Nella classifica dei libri più apprezzati ci sono abomini che scopiazzano liberamente Cinquanta Sfumature, che è già in sé un insulto. Le offerte nel genere fantasy non differiscono molto, dato che quello al primo posto nella classifica dei migliori ha in copertina un torso maschile nudo, e la trama ricorda qualcosa che non si distanzia molto da una storia di zoofilia.

(Potevano almeno evitare di cancellare i capezzoli del disgraziato in copertina)

 Scrivere fantasy non significa prendere un ragazzino sfigato in un ipotetico Medioevo parallelo, fargli trovare una pietra miracolosa che improvvisamente lo fa diventare l’eroe acclamato di quindici libri. Non è nemmeno scrivere una storia d’amore tra un essere umano e un lupo mannaro, dando loro nomi strani per rendere l’intero insieme più credibile. Che poi, cosa dovrebbe essere effettivamente credibile? Tolkien è Tolkien per qualcosa: se dimentico il cavatappi a casa, l’unica cosa che voglio fare è leggere pagine su pagine di descrizioni delle canzoni tradizionali di quella tribù elfica che vive in quella zona circoscritta della valle nell’oscurità del meandro a sud del fiume. Potremmo mai andare più in basso, ora che il mercato editoriale gravita beato e satollo attorno al soft porn per adolescenti, in tutte le sue salse?

4 pensieri riguardo “Il buco nero del Fantasy

  1. Complimenti, articolo molto frizzante e godibile, con diverse perle di saggezza ( è sempre “qualche tempo fa” finché non ci si rende conto che sono passati tipo dieci anni; l’improponibile Pierre Bourdieu). “L’improponibile Pierre Bourdieu” potrebbe diventare un epiteto omerico, tipo il piè leggero Achille.
    Buona domenica! (ma lì mi sa che è già andata…)

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    1. Cara Elena, “Le regole dell’arte” è la mia delizia e la mia croce: un libro geniale, mi sono sempre chiesta se Bourdieu si rendesse conto che quello che scriveva non aveva senso, o se lo avesse fatto apposta per prenderci in giro. Dovranno passare almeno altri dieci anni prima che mi torni la voglia di buttarmi nella sociologia della letteratura!

      Piace a 1 persona

      1. Ciao Vale,
        di Bourdieu non ho letto nulla di integrale, soltanto qualche estratto qua e là. L’impressione, al netto dei passaggi del tutto incomprensibili, era di idee tutto sommato non eccelse, quasi quasi banali, ma “montate” in una struttura iperraffinata. Mi faceva un po’ anche l’impressione (come altri maitre à penser francesi) di chiudere apposta delle porte per dare l’impressione di sfondarle, ma riconosco di avere un po’ il dente avvelenato nei confronti della seconda metà del Novecento francese, e comunque di Bourdieu non posso proprio parlare, visto quanto poco lo conosco. E che esista una sociologia della letteratura è indubbio; ma riconoscerlo ci porta molto in là? Mah…
        (Mi distraggo un attimo, e il tuo post è diventato in inglese 🙂 )

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