Emil Cioran • L’inconveniente di essere nati

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 Lo avete voluto, lo avete richiesto, lo avete aspettato: e quindi eccoci qui con il commento a Cioran, uno dei più brillanti filosofi del secolo scorso, mente rumena naturalizzata francese. Di Cioran di solito non si trova nemmeno una citazione in un angolo di pagina nei manuali di filosofia, cosa che mi ha lasciata con un grosso punto di domanda, visto che sta perfettamente in linea con alcuni nomi suoi contemporanei del calibro di Camus, Sartre e Ionesco (pare che fosse anche amicone di quest’ultimo). Pupillo dell’esistenzialismo, fratello spirituale di Leopardi, gira voce che facesse merenda con Nietzsche e Schopenhauer.

 Non me ne voglia il buon Emil: nonostante l’iniziale pressione ho finito per apprezzare il libretto di cui parliamo oggi, la raccolta di aforismi (si può dire così?) intitolata L’inconveniente di essere nati. Un titolo, un programma: bastano le prime due righe per capire il leitmotiv della raccolta e prepararsi per quello che viene. Che non sarà una barzelletta, anzi, c’è da mettere in conto a una bella dose d’ansia. Certo che essendo una raccolta di frammenti non sarebbe giusto leggerla a mo’ di romanzo: una pillola prima di ogni pasto è più che sufficiente. Si sconsiglia dopo i pasti, perché blocca la digestione.

La mia edizione
Biblioteca Adelphi
Traduzione di Luigia Zilli
1991 (1ª ediz. 1973), pp. 187
ISBN 9788845908705

Voto
★★★☆☆

 Come Schopenhauer aveva “il pendolo che fluttua tra noia e dolore”, con Cioran troviamo quello che viene chiamato “ardimentoso disinganno”: mi par di capire che tutto il suo pensiero sia permeato dall’idea che il fallimento è inevitabile, ma almeno serve a qualcosa. Ci consola, in un certo senso: in un’epoca in cui i salotti gravitavano perlopiù intorno a varie manifestazioni di ennui, condizioni introspettive di esistenza e totale indifferenza verso l’esterno (risparmiatemi i fratelli Ardengo), Cioran inserisce una vena di ironia che risolleva le anime in pena che per la prima volta si accingono a esplorare la sua opera.

 E ancora, come Schopenhauer si ispirava al velo di Māyā per spiegare la distinzione tra la nostra realtà e la necessità di liberazione spirituale, così Cioran espone il concetto buddhista del samsāra chiarificandoci il problema alla base dell’esistenza: la nascita stessa. Il solo fatto di nascere (o, in questa chiave, di ri-nascere) pone l’uomo in uno stato di sofferenza da cui non si può guarire, nemmeno con il suicidio.

“Non mi perdono di essere nato. È come se, insinuandomi in questo mondo, avessi profanato un mistero, tradito un qualche impegno solenne, commesso una colpa di inaudita gravità. Mi capita però di essere meno perentorio: nascere mi appare allora una calamità che sarei inconsolabile di non aver conosciuto”.

 È piuttosto fuori dagli schemi anche la posizione di Cioran sul suicidio stesso: l’atto in sé fondamentalmente non serve a nulla, ma il solo fatto di concepirne l’idea ci renderebbe liberi. Sinceramente questo “mi ammazzo ma non lo faccio” mi ricorda un po’ un personaggio-macchietta che potrebbe benissimo affermare “il mondo mi rema contro, ma io sono più furbo”. Non che gli esistenzialisti invitassero al suicidio, per carità. Ma mi ha fatto piacere scoprire questo aspetto, che si distaccherebbe un po’ dal filone principale.

 Apro una piccola parentesi per spiegare cos’è il samsāra, per chi non parla buddhistichese. Si tratta del ciclo delle rinascite, quasi eterno, a cui ogni essere animato o inanimato è costretto durante la permanenza in questo mondo. Ogni volta che spiego questa cosa a lezione, i ragazzi si scambiano occhiate sognanti. In pratica si vive per sempre! Sì, e non è una bella cosa, perché il ciclo delle rinascite è una sorta di punizione per non essersi comportati secondo la Dottrina del Buddha. È una specie di Purgatorio terreno che si è costretti ad affrontare daccapo ogni volta, passando per innumerevoli forme, dallo spirito inquieto (leggi: anima tormentata che risiede negli Inferi) al minerale, alla pianta, via via fino all’essere umano, per salire ancora più su verso livelli gerarchici sempre più vicini alla perfezione del Buddha stesso. Nota: naturalmente tutto s’ha da intendere con una rigida distinzione uomo-donna. La donna in quanto tale, pur comportandosi in maniera irreprensibile, può aspirare al massimo a rinascere come contadino (uomo) povero. Ancora ben lontana dalla liberazione dal samsāra, in ogni caso.

 L’inconveniente di essere nati è proprio questo. Forzati alla nascita da una scelta altrui o dalla propria leggerezza di giudizio, il destino che ci accomuna è uno: agitarsi nell’odio di un’esistenza non desiderata, e lasciarsi macerare per evadere dall’io.

“La vera, unica sfortuna: quella di venire alla luce. Risale all’aggressività, al principio di espansione e di rabbia annidato nelle origini, allo slancio verso il peggio che le squassò”.

 A volte ho la cattiva abitudine di comprare un libro dopo aver letto solo il titolo. Questo in particolare doveva essere un regalo di compleanno che non ho mai consegnato all’interessato, per cui è fuori dal mio genere ed effettivamente abbastanza diverso da quanto mi aspettassi. Non apprezzo le raccolte di frammenti senza contesto – e con “contesto” non intendo la cornice del pensiero dell’autore quanto una situazione, un momento, reale o fittizio che sia, in cui collocare gli eventi. Leggendo la raccolta completa di aforismi di Oscar Wilde, qualche anno fa, mi sembrava di star digerendo un copertone. Per cui leggere Cioran, di cui non sapevo assolutamente nulla, è stato difficile. Piuttosto pesante anche il tema trattato, anche se perfettamente in linea con quanto potrebbe aspettarsi una persona ben documentata su tale autore. Nel complesso l’ho comunque apprezzato per i vari riferimenti che sono riuscita a cogliere con ambienti e scuole in cui mi destreggio meglio. Riferimenti nietzschiani qua e là aiutano i meno esperti, e tutto sommato è una voce aggiunta e piuttosto originale nel panorama esistenzialista francese degli anni Trenta.

4 pensieri riguardo “Emil Cioran • L’inconveniente di essere nati

  1. Ho letto tempo fa alcune cose di Cioran, ma non quest’opera. Mi era sembrato – e quello che dici me lo conferma – un pessimista onesto. Ci si chiede cosa spinga un pessimista radicale a scrivere. L’ambizione? O scrive perché è la sola cosa che è capace di fare? Probabilmente un misto delle due…

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    1. Da un paio di settimane eravamo in stato di allerta per questo tifone colossale che avrebbe fatto volare via l’intero Giappone: casa mia doveva essere inondata dal fiume in piena, già ci immaginavamo di usare la lavatrice come gommone, quindi siamo scappati a casa di amici che abitano più in centro. Fatto sta che questo tifone ha sì fatto danni, soprattutto in campagna, ma a Tokyo nemmeno si è sentito. Ci siamo quasi rimasti delusi, non abbiamo visto nemmeno una bicicletta volare.

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