Umberto Eco • Il nome della rosa

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 Rimedio finalmente al mio analfabetismo letterario mettendo l’antologia di italiano in un angolino della soffitta. Langella e Frare saranno in ogni caso felici di sapere che all’epoca delle scuole superiori avevo imparato a memoria tutti i testi riportati nei loro manuali, fissazione che, tra l’altro, va avanti dal 2001, quando ero abbastanza grande da leggere brani più complessi rispetto alle filastrocche per imparare le vocali. Un testo in particolare mi è rimasto impresso: sarà che nella mia solitudine di bambina vorace, tra una lezione e l’altra non lanciavo aerei di carta, ma tiravo fuori dallo zainetto l’antologia, e rileggevo all’infinito i brani che più mi avevano colpito. Di quel testo ormai ricordo solo una parola, “Selenna”, scritta in corsivo, un nome letto da un bambino su una lapide (e come mi infastidiva quella N in più): solo di recente il potere della suggestione e le infinite risorse dell’internet hanno fatto il resto, e ho così scoperto che in quarta elementare ero perdutamente innamorata de La pendola stregata (John Bellairs, 1973).

 Quello di Umberto Eco è un nome che, nemmeno sto a dirlo, rimbomba tra le mura di ogni scuola anche quando non viene citato. E Umberto Eco in classe ricopre un po’ quella figura di mostro sacro, onnipresente e onnisciente che ha sempre qualcosa da dire su qualsiasi argomento. Mi ricordo che prima di scrivere la tesi di laurea, nel 2013, il mio professore di letteratura giapponese consigliò di leggere proprio Come si fa una tesi di laurea (1977), e la mia prima reazione fu pensare “ostia, anche qua?”. Inutile dire che quel libro non lo lessi, e anzi stressai il mio professore per mesi chiedendogli assurdità degne solo di una tesi, ad esempio se l’effetto Droste fosse applicabile a una determinata poesia di un determinato autore pubblicata nel 1917.

(Per amor di cronaca: sì, lo è, e nonostante questo la mia tesi fu un concentrato di deliri.)

Non mi stupirebbe quindi venire a sapere che Il nome della rosa suona ai più come un mattone inarrivabile, per soggezione non dissimile da Alla ricerca del tempo perduto. A voi che non l’avete letto, posso solo dire: fatelo in fretta, e fatelo adesso. A voi che lo avete già letto, invece, consiglio di rileggerlo.

 Lo stesso Eco, a dire il vero, non era molto soddisfatto del suo lavoro: riconobbe varie imprecisioni dopo la pubblicazione, chiedendo persino di non parlarne durante il Salone del Libro del 2011. Al più rigoroso dei lettori qualche erroruccio avrà fatto storcere il naso, ma non si può negare che l’allucinante episodio del sogno di Adso, in cui Faraone offre un piatto di peperoni, sia al contempo tanto ricco quanto divertente. Se teniamo in considerazione che i peperoni non erano disponibili prima della scoperta delle Americhe, più di un secolo dopo.

 Apro una piccola parentesi. Le mie fonti mi fanno notare che questa faccenda dei peperoni è stata presa in analisi in modo piuttosto esteso e pignolo negli anni, con continue diatribe su cosa sia giusto tenere e cancellare per amore aut di conoscenza aut di piacere. Chi si schiera con il rigore storico non potrà tollerare un piatto di “carne di pecora con salsa cruda di peperoni” (cit. Quarto giorno, Compieta), chi invece preferisce godersi la trama e il sottotesto non dovrebbe sentirsi eccessivamente irritato. Io sinceramente questa cosa dei peperoni non l’avevo notata; anzi, tutto quel paragrafo mi aveva fatto venire voglia di arrosticini e peperonata.

 Tornando a noi, senza troppe divagazioni sul ruolo degli ortaggi nell’Opera di Eco. Cosa si può dire di un libro considerato ― non a torto ― l’ultimo Romanzo di letteratura italiana del Novecento? La fama di mattone si sgretola di fronte alla ricchezza delle descrizioni, al ritmo ottimamente dosato, alla profondità dei personaggi. Ci resta tra le mani un capolavoro onnicomprensivo che è allo stesso tempo un giallo, un romanzo storico e un trattato di filosofia, saggio sul Riso e sull’intrico della Modernità.

 La voce dell’Adso anziano ci accompagna attraverso gli occhi dell’Adso novizio, e con lo stratagemma del manoscritto ritrovato abbiamo un protagonista a tutto tondo che non nasconde le proprie debolezze umane. Ma i veri protagonisti sono i libri: celebrati come patrimonio di cultura sempiterna e conservati come tesori inestimabili, stanno chiusi nella “più grande biblioteca della cristianità”, e solo pochi eletti possono permettersi di toccarli. A costo di morirne.

“Un monaco dovrebbe certo amare i suoi libri con umiltà, volendo il ben loro e non la gloria della propria curiosità: me quello che per i laici è la tentazione dell’adulterio e per gli ecclesiastici regolari è la brama di ricchezze, questa per i monaci è la seduzione della conoscenza”.

 Lascio infine una chicca per gli appassionati di linguistica che ancora non sono convinti di voler leggere questa meraviglia.

“Vidi la pecora, che “ovis” è detta “ab oblatione” perché serviva sin dai primi tempi ai riti sacrificali. […] E le greggi erano sorvegliate dai cani, così chiamati da “canor” a causa del loro latrato. […] E coi buoi uscivano in quel momento dalle stalle i vitellini che, femmine e maschi, traggono il loro nome dalla parola “viriditas” o anche da “virgo”, perché‚ a quella età, essi sono ancora freschi, giovani e casti, e male avevo fatto e facevo, mi dissi, a vedere nelle loro movenze graziose una immagine della fanciulla non casta”.

Mi è tornata voglia di studiare latino, non so voi.

***

La mia edizione:
Bompiani
2018 (1ª ediz. 1980), pp. 619
ISBN 9788807721823

Voto: ★★★★★

3 pensieri riguardo “Umberto Eco • Il nome della rosa

  1. Ti ha ispirato un bel post ed è bello che ti sia piaciuto – anche se il mio giudizio dell’epoca (quando uscì) era molto più tiepido. Ma in fatto di libri avevo, e ho ancora, la puzza sotto al naso.
    (Però a proposito di Eco non parliamo della Ricerca: è come paragonare il caviale alla peperonata, appunto.)
    E cosa mi dici del Cioran? E del tempo che fa lì?

    Ciao e racconta presto qualcosa del Giappone, per quelli come me che non ci possono andare 🙂

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    1. Cara Elena, considerami una spugna: potrei leggere l’etichetta del dentifricio e ritenerla degna del prossimo Nobel per la letteratura. Ammetto che mi sono fatta trasportare, un po’ per la fama di cui gode Eco, un po’ perché è il primo romanzo che leggo firmato da lui. Pensavo di riprovare con Il cimitero di Praga, che mi dici? 🙂
      Cioran è ancora immacolato sullo scaffale, per staccare un po’ ho puntato ad autori un po’ meno impegnati come Calvino. Alle scuole medie avevo letto Marcovaldo e il suo modo di raccontare situazioni dolci-amare mi è sempre rimasto nel cuore.
      Qui niente più pioggia, adesso ci arrostiamo al sole e non respiriamo nell’afa. Tutti i giorni dicono che piove ma alla fine non scende nemmeno una goccia… quando troppo e quando troppo poco, insomma. Non siamo mai contenti, ma credo sia così un po’ dappertutto, a prescindere dalla latitudine 😉

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  2. Approvo quasi incondizionatamente Calvino. Quello che preferisco di lui è Se una notte d’inverno un viaggiatore. Adesso che mi viene in mente, anch’io alle medie avevo letto Marcovaldo 🙂
    Di Eco avevo apprezzato Diario minimo (il primo, quello uscito nel ’62). Dopo Il nome della rosa non ho più letto niente, ma è un’idiosincrasia mia, non devi badarci.
    Anche qui fa caldo, e quest’anno niente vacanze… Mi racconterai l’autunno e le foglie rosse degli aceri…

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