José Saramago • Cecità

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cecità

 In una città qualunque, di un Paese qualunque, un automobilista fermo al semaforo diventa improvvisamente cieco, vittima di un “mal bianco” inspiegabile. Di lì a poco, il numero dei contagiati salirà esponenzialmente: tutti manifestano gli stessi sintomi, e descrivono la loro condizione come l’essere immersi “in un mare di latte”.

“La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente“.

 Il Paese sarà costretto a prendere misure drastiche per contenere l’epidemia: i contagiati vengono via via rinchiusi in un vecchio manicomio in disuso, in una rigida quarantena, sorvegliati da guardie armate. La situazione si fa sempre più disperata, aggravata dal fatto che nessuno riesce a vedere cosa sta succedendo. Ma si sentono gli spari, si sentono i miasmi dei corpi, si avverte l’esasperazione di chi non si può difendere. Quando sembra di essere giunti al punto di non ritorno, la fuga dal manicomio permette ai ciechi di confrontarsi con una nuova realtà: quella dell’abbandono. L’istinto di sopravvivenza è il burattinaio che tira i fili: morti per le strade, case occupate, egoismo e indifferenza.

 Tutto finisce così com’è iniziato: il primo cieco sarà anche il primo a riacquistare la vista, e l’epidemia si risolve senza ragione apparente così com’era arrivata.

Opinioni.

 ”Homo homini lupus”. Come si può raccontare una storia senza affidarsi al senso della vista, quello su cui gli esseri umani fanno più affidamento? Saramago ci salva dallo smarrimento inserendo la figura di una donna apparentemente immune alla malattia, che segue il marito all’interno del manicomio fingendosi cieca a sua volta. La donna è anche la metafora di ciò che rimane di un’umanità spezzata: in un mondo dove non esistono più legami e amore, dove stupri, minacce e assassinii sono la normalità, questa donna rappresenta l’unica speranza di sopravvivenza.

 L’epidemia al contrario eviscera la realtà più cruda della natura umana: è un moderno vaso di Pandora. Come dice uno dei personaggi, “è di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria”. È tagliente il realismo di Saramago, che costruisce un teatro di violenze e ce lo regala così, perfettamente giustificato e giustificabile: la cecità di Saramago non è una malattia, quanto uno stato dell’essere, la natura più autentica dell’uomo. Non possiamo vedere, ma allo stesso tempo nessuno può vedere noi: l’uomo si presenta nudo, sincero, paurosamente reale, e ci chiediamo se sia possibile definirci ancora “esseri umani”.

“Probabilmente solo in un mondo di ciechi le cose saranno ciò che veramente sono”.

Si tratta di un libro soffocante, potente, rivelatore: Saramago ci acceca solo per permetterci di vedere meglio.

Meraviglioso e toccante l’explicit, in cui sia la moglie del medico sia il lettore possono tirare finalmente un sospiro di sollievo dopo l’escalation di violenza:

“Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco, è arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi. La città era ancora lì”.

***

La mia edizione:
Feltrinelli, Universale Economica
Traduzione di Rita Desti
2018 (1ª ediz. 1995), pp. 618
ISBN 9788830101180

Voto: ★★★★

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