Haruki Murakami • L’Uccello che girava le viti del mondo

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 Il giovane Toru, da poco disoccupato, viene abbandonato dalla moglie di punto in bianco, senza un biglietto, senza un avviso. Mentre cerca di rimettere insieme i pezzi della propria vita incontrerà numerosi personaggi bizzarri, al limite del surreale: May Kasahara, una ragazzina cinica e irrequieta; Nutmeg e Cinnamon Akasaka, madre e figlio, lei un tempo famosa stilista, lui deliberatamente muto dall’età di sei anni; il tenente Mamiya, veterano della seconda guerra sino-giapponese.

 Per ritrovare la moglie, Toru si ritroverà a vivere esperienze finora ritenute impensabili, come passare alcuni giorni rannicchiato sul fondo di un pozzo asciutto, o attraversare le pareti di questo mondo per finire in una sorta di dimensione parallela.

Opinioni.

 Due parole: che fatica. Che fatica arrivare alla fine di questo mattone di 832 pagine, in cui niente sembrava succedere, un libro lento, ripetitivo, scontato, una storia che poteva concludersi senza problemi in duecento pagine. Inizio intrigante, nel tipico stile di Murakami, pieno di grandi promesse e di quell’atmosfera di sogno che si ritrova in ogni suo lavoro; sviluppo senza capo né coda, con personaggi inconsistenti che sembra siano stati messi lì solo per allungare il brodo.

 Di Murakami ho letto tutto, ma proprio tutto, quello che è stato tradotto in italiano: con questo libro siamo al capolinea. Ci sono alcune parti interessanti perché spezzano la monotonia – il racconto del tenente Mamiya potrebbe essere a tutti gli effetti un libro a sé stante – ma niente di più. L’impressione generale è che l’autore avesse messo troppa carne al fuoco per trovarsi a un certo punto senza avere la più pallida idea di dove andare a parare. Il mondo di Murakami si può ridurre a poche parole chiave: jazz, birra e, cito, “splendide orecchie”. I lettori abituali di Murakami se ne saranno accorti: tutti i suoi personaggi femminili sono famosi per essere totalmente anonimi, se non fosse per le loro splendide orecchie. Il protagonista maschile invece è il solito inetto intriso di mediocrità, e credo di capire perché la moglie l’abbia abbandonato di punto in bianco all’inizio del romanzo.

“Decisi di mettermi a stirare le camicie. Ogni volta che mi trovo in uno stato confusionale, io stiro camicie. Da tempi immemorabili. Eseguo l’operazione in dodici fasi, comincio dal collo (1) e finisco con il polsino della manica sinistra (12). Procedo seguendo sempre lo stesso ordine, e contando le fasi a una a una, altrimenti non ottengo un risultato soddisfacente.
Stirai tre camicie, che appesi ai rispettivi attaccapanni dopo aver controllato che non avessero pieghe. Staccai il ferro dalla presa di corrente e lo riposi insieme all’asse da stiro nell’armadio a muro. Il mio cervello sembrava essersi considerevolmente rischiarato”.

(perché, perché, perché?)

 Altra nota sui personaggi: sono sempre gli stessi. Non parlo dell’approfondimento psicologico che ci riporta più o meno agli stessi modelli umani, ma proprio del personaggio fisico: avevo già incontrato questo Toru in qualche altra storia breve, e anche questa Kumiko, e anche il loro gatto Sawara che in un’altra traduzione, non mi ricordo di quale romanzo o raccolta, era chiamato Sardina (“sawara” in giapponese significa propriamente “sgombro”, ndr). Ci sono interi estratti usati come storie indipendenti in altre raccolte, come “L’uccello-giraviti e le donne del martedì” ne L’Elefante scomparso e altri racconti (Iª ed. 1993), e leggere la solita tiritera è diventato stancante.

 È stata dura riuscire a finire questo libro e lo sconsiglierei vivamente sia a chi si approccia a Murakami per la prima volta, sia a chi lo conosce un po’ meglio: per apprezzare l’autentico Murakami sarebbe più prolifico puntare su opere come 1Q84, Norwegian wood, o Kafka sulla spiaggia.

***

La mia edizione:
Giulio Einaudi Editore, Einaudi Super ET
Traduzione di Antonietta Pastore
2007 (1ª ediz. 1995), pp. 832
ISBN 9788806216689

Voto: ★☆☆☆☆

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