Haruki Murakami • Nel segno della pecora

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 Un pubblicitario appena divorziato viene costretto ad abbandonare casa e lavoro da un individuo ambiguo che risponde agli ordini di un misterioso Maestro, un esponente politico di estrema destra. L’insignificante fotografia di una newsletter, raffigurante un paesaggio montano e un anonimo gregge, nasconde un particolare che ossessiona il Maestro notte e giorno: una pecora con una macchia nera a forma di stella sul dorso. Compito del protagonista è scovare quel luogo e capire dove si trovi quella pecora di cui sembra non esistere traccia, nel tempo limite di un mese. Ad aiutarlo ci sarà una ragazza con delle orecchie bellissime, che più volte lo indirizzerà verso la giusta strada da seguire. Dall’inizio alla fine, il sottile filo rosso che fa da spina dorsale alla narrazione, parallelo alla ricerca della pecora, è il mistero del Ratto, amico d’infanzia del protagonista. Si scoprirà alla fine come la sua figura sia stata la spinta originale e necessaria a far muovere le pedine.

La mia edizione
Giulio Einaudi Editore, Einaudi Super ET
Traduzione di Antonietta Pastore
2013 (1ª ediz. 1992), pp. 320
ISBN 9788806216955

Voto
★★★☆☆


Opinioni.

 Ho un debole per quelle edizioni rinnovate in cui le copertine seguono un tema unico, e finora i libri di Murakami sono la collezione di cui vado più fiera – le ristampe di Einaudi, rivedute e corrette, troneggiano nella mia libreria come libri sacri. Rosso e nero non sono i colori che avrei scelto per evocare il mondo di Murakami, ma di certo sono d’effetto.

 Il primissimo libro di Murakami che abbia mai letto, Norwegian Wood, mi è stato prestato nell’estate del 2007 e ricordo come mi abbia lasciata con un grosso punto di domanda su molti aspetti. Primo: perché sono tutti così vinti dagli eventi? I personaggi di Murakami scompaiono all’improvviso, trascinati fuori campo come da una corrente, e i protagonisti accettano la separazione con una naturalezza che all’inizio interpretavo come indifferenza e vacuità d’animo. Nel Segno della pecora, la ragazza dalle splendide orecchie svanisce per non fare più ritorno, e per risposta l’innominato protagonista si prepara un’insalata.

 In generale, i personaggi di Murakami si possono raggruppare sotto la grande cupola di vetro chiamata “mediocrità”. Apprendiamo dalle loro stesse voci come la loro vita sia modesta e normale, estremamente normale, così normale da essere, ecco, abbastanza noiosa. L’adolescenza li segna in modo profondo, e ancora una volta stupisce la naturalezza con cui gli avvenimenti vengono dispiegati nei flashback: c’è chi racconta dell’amico morto suicida mentre beve distrattamente una birra, chi ricorda il vicino di casa inghiottito da uno tsunami mentre pesa della verdura al supermercato sotto casa.

 Murakami riesce a far sembrare del tutto scontati avvenimenti del tutto privi di qualsiasi logica, che rasentano l’orlo del paranormale: mondi paralleli, poteri sovrannaturali, dialoghi con i morti. E di pari passo sa esaltare l’importanza di una realtà costruita e scandita da piccole attività quotidiane come mangiare, bere, fumare, fare le pulizie. Attività insignificanti nelle quali subentra con prepotenza l’elemento magico: così inizia il viaggio, altro tema di portata colossale dell’opera di Murakami, l’allontanamento dell’eroe per portare a termine una missione che non ha mai chiesto, in cui si trova trascinato, tra l’altro, per conto di altri.

 Nel Segno della pecora sono pochi i colpi di scena – in pieno stile Murakami, direi – e tutti concentrati nella seconda parte del romanzo. L’apparizione dell’Uomopecora (scritto proprio così, senza spazi) e il dialogo con il Ratto sono state le parti che ho preferito di più in assoluto: forse perché per la prima volta in tutti i libri che ho letto Murakami fa sedere i suoi personaggi al tavolo e spiega le ragioni alla base di tutto il romanzo.

“Il Ratto strizzò la seconda lattina accartocciandola su se stessa. «Perché non mi fai tu qualche domanda? Tanto più o meno quel che c’è da sapere l’hai già capito, no?».
«Okay. Però, se per te è uguale, non comincerei dall’inizio».
«Spara».
«Tu sei morto, vero?».
Non so quanto gli ci volle per rispondere. Forse solo pochi secondi, forse… fu un silenzio infinito. Mi sentivo la bocca completamente disidratata.
«Esatto», ammise infine. «Io sono morto. Mi sono impiccato a una trave in cucina», disse. «L’Uomopecora mi ha seppellito vicino al garage […]»”.

(quando ho letto questo passaggio volevo urlare)

 Senza mezzi termini: si tratta di certo di buon libro, ma non regge il paragone con altre opere del calibro di 1Q84 e Norwegian Wood.

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